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Bambini rinchiusi in fattorie isolate, picchiati e costretti a lavorare tra le 80 e le 100 ore alla settimana, trasportando carichi pesanti, esposti a pesticidi e agenti chimici. Spesso coinvolti in un commercio di piccoli schiavi, rapiti ai genitori o venduti ai trafficanti, che a loro volta li cedono ai padroni delle piantagioni.

Per troppi bambini nel mondo il cioccolato ha un sapore amaro. Quello dello sfruttamento, della fatica, dei maltrattamenti cui sono sottoposti i minori costretti a lavorare nelle piantagioni di cacao, a volte in condizioni di autentica schiavitù. Ce lo ricorda il gruppo di pressione US Uncut che ha stilato un elenco di “buoni” e “cattivi” cioccolati, distinguendo le imprese più attente alla tracciabilità del cacao da quelle che traggono profitto indiretto dal lavoro minorile.

Il 72% delle fave di cacao nel mondo viene dall’Africa, dove Costa d’Avorio e Ghana coprono insieme più della metà della produzione complessiva: è qui che il dramma dello sfruttamento assume dimensioni impressionanti. Secondo una recente ricerca della Tulane University di New Orleans, 2.26 milioni di bambini e ragazzi tra i 5 e 17 anni d’età sono coinvolti nella produzione di cacao in uno di questi due paesi.

In numeri assoluti il dato è addirittura cresciuto di 440mila unità nell’ultimo quinquennio, di pari passo con la produzione complessiva che è aumentata nello stesso periodo di oltre il 40% in Costa d’Avorio e di più del 30% in Ghana. Come ricorda un articolo comparso nel 2014 sul sito d’attualità francese Basta!, a favorire il ricorso alla manodopera infantile è proprio lo sfruttamento intensivo delle piantagioni, dove si produce sempre di più a prezzi sempre più irrisori.

Nel 2013 sono state consumate più di quattro milioni di tonnellate di cioccolato, il 32% in più rispetto a un decennio fa. La domanda cresce soprattutto in Asia e nel Pacifico, dove il consumo segna incrementi annuali del 25%. Secondo un rapporto dell’Onu, per mantenere la produzione attuale occorreranno circa 6 milioni di ettari di terra in più nei prossimi anni.

Il prezzo del cacao, intanto, non smette di diminuire dal 1950 ed è ormai dimezzato rispetto a trent’anni fa, tanto che secondo la Dichiarazione di Berna (una Ong svizzera che ha dedicato diversi rapporti al settore del cacao), in Costa d’Avorio «le famiglie dovrebbero guadagnare in media dieci volte più di oggi per avere un reddito di sussistenza».

Mentre il mercato corre, la conversione delle multinazionali al cacao sostenibile è troppo lenta: già nel 2001 negli Stati Uniti si era proposto di etichettare come “slave free” il cioccolato prodotto senza sfruttamento dei minori, ma i giganti del settore (tra cui Nestlé, Hershey e Mars) hanno fermato il progetto di legge promettendo un’autoregolamentazione che avrebbe posto fine a questa piaga entro il 2005. Il limite temporale è stato più volte spostato in seguito, fino a quello attuale del 2020.

Nella speranza che la grande industria si impegni davvero a raggiungere gli obiettivi promessi, senza altre dilazioni ed escamotage, noi possiamo suggerirvi già da ora di premiare chi si impegna a produrre un cioccolato buono, pulito e giusto: come il marchio lombardo Icam, che collabora con la Fondazione Slow Food per la Biodiversità promuovendo l’agricoltura biologica, o l’azienda torinese Guido Gobino, impegnata dal 2014 insieme ai produttori della Chontalpa (Messico) nella commercializzazione del primo cioccolato con il marchio Presidio Slow Food.

Andrea Cascioli
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